Critica Giuseppina Scollo

Visitare la mostra di Aldo Cultrera significa lasciare fuori immediatamente le aspettative colte che uno spettatore può essersi creato sugli esempi di grandi fotografi artisti ed abbandonarsi alla semplicità di una visione assolutamente autentica e personale del mondo, sottolineata dalla frequente inquadratura dello spazio dentro un occhio prospettico, ora foro in un tronco, ora corona di foglie sottili come ciglia. A. C. infatti fotografa il mondo che vede e come lo vede, senza certamente volere assomigliare a nessun altro: il che non significa peraltro che non abbia acquisito negli anni di pratica dilettantistica una buona tecnica e mezzi espressivi sapienti.

Il mondo fotografato è quello della natura: mare e campagna, quasi del tutto privi di presenze e manufatti umani. Per trovarli, l’autore non si allontana molto da casa: il mare di piazza Europa, con le onde che si frangono sugli scogli, o le lunghe distese sabbiose della Plaia, la campagna del ragusano, con i filari di cipressi, o l’Anapo a Pantalica tra una cortina di fichi ed oleandri; e poi albe e tramonti, fiori, qualche insetto pigro su una pianta, un balcone colpito dal sole, solo perché tra l’intonaco scrostato nasce un ciuffo di margherite.

Un repertorio comune, a cui però l’occhio incantato dell’autore è capace di attribuire un senso, che è quello della vita che scorre nella bellezza anche quando procede verso la vecchiaia, la sofferenza, la distruzione. I paesaggi si aprono verso spazi non finiti, tra giochi di chiaroscuri in cui la vittoria sembra sempre della luce.

In questo senso la mostra è “poetica”, come percepisce il visitatore non frettoloso, che coglie come il mondo fotografato sia pieno di un significato, del quale la macchina fotografica si è fatta docile rivelatrice, al servizio di un occhio che non è quello dell’obiettivo..

Catania 16/12/2005



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